Il rompicapo Libia: che fare?

by Icsa | venerdì, Feb 20, 2015 | 262 views

Tante analisi poche proposte

Di fronte al disastro che la Libia presenta quotidianamente ai nostri occhi la domanda ricorrente  è: che fare? Se le analisi abbondano, da quelle più ovvie a quelle più fantasiose, si assiste ad una generale afasia quando si tratta di indicare cosa si dovrebbe  fare in concreto. Si invoca un qualche ombrello ONU come precondizione per un non meglio definito intervento di “peace keeping”, ma non si va più in là.

Misure logiche ed ovvie: peccato non siano affatto scontate, anzi.

La realtà è che nessuno sa indicare esattamente cosa si dovrebbe fare per riparare il disastro in Libia.

Ciò che invece è chiaro è cosa non si sarebbe dovuto fare per evitare questo disastro.

Innanzitutto non si sarebbe dovuto sottovalutare che qualsiasi intervento militare – da solo – raramente è risolutivo e gli esempi anche recenti abbondano. A fronte di qualche risultato sul piano tattico, a livello strategico i problemi sono destinati a rimanere insoluti, come poi è stato. L’intervento militare per portare a dei risultati concreti deve essere sempre accompagnato da un pacchetto di altre misure: politiche, diplomatiche, economiche…… che nel caso della Libia non sono state pensate.

Altra accortezza che si è trascurata e di non aver pensato al dopo, cioè a come rendere stabile e sostenibile l’assetto politico che sarebbe emerso dopo l’intervento militare internazionale

Infine non si sarebbe dovuto “pasticciare” con la risoluzione ONU.

La risoluzione 1973 invocava la protezione della popolazione libica sottoposta a grave minaccia e, in quanto tale, autorizzava l’uso mirato della forza a tale scopo. La tacita approvazione di Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, era su questo intendimento.

L’operazione  a guida NATO “Unified Protector” che ne è scaturita, accanto a questa finalità però ha assunto progressivamente  anche quella di favorire il cambio del regime libico.

A prescindere da qualsiasi considerazione sulle colpe del regime di Gheddafi l’eterogenesi dei fini che ha caratterizzato l’attuazione della risoluzione 1973 ha prodotto un “vulnus” di fiducia nei riguardi soprattutto della Russia che comunque rimarrà un interlocutore  fondamentale per affrontare e risolvere una serie di altre crisi internazionali oltre la Libia, a cominciare dall’Ucraina.

Per quanto riguarda l’Italia le modalità con cui si deciso e poi attuato l’intervento internazionale in Libia dovrebbero indurre a riflettere sul ruolo che il paese intende ricoprire nel consesso internazionale e in definitiva sugli interessi vitali e intangibili che è intenzionato a difendere.

Se è vero che l’Italia è stata ed è una sorta di portaerei nel Mediterraneo non è detto che il suo utilizzo da parte degli alleati per i propri scopi debba essere sempre scontato e soprattutto privo di contropartite politiche, economiche e quant’altro. L’impressione è che sia nelle operazioni NATO nei Balcani sia nelle operazioni in Libia l’Italia non abbia fatto pesare adeguatamente il proprio ruolo e che la sua fedeltà di alleato sia stata letta piuttosto come acquiescenza.

L’auspicio è che gli errori e le occasioni mancate nell’intervento internazionale in Libia costituiscano delle lezioni di cui tener conto in futuro.

La drammaticità della situazione in cui si dibatte ora quel paese impone però di andare oltre e di indicare soprattutto da parte dell’Italia possibili vie di uscita alla comunità internazionale. Questa responsabilità in capo al nostro paese deriva non solo dalla  prossimità geografica e dal flusso inarrestabile di migranti di cui siamo il primo approdo, ma dalla limitata attenzione che la comunità internazionale sembra riservare al disastro libico.

E’ sintomatico che nel corso della “Munich Security Conference” del 6, 7 e 8 febbraio scorso, che ha discusso ai massimi livelli di problematiche di sicurezza a livello globale, alla Libia sia stata riservata solamente una fugace menzione.

Una analisi della situazione in Libia non può però prescindere da una disamina delle condizioni storiche, geografiche e antropologiche che ne costituiscono il fondamento.

Problemi che vengono da lontano

Il mosaico etnico-tribale tenuto insieme con il pugno di ferro per più di 42 anni da Muammar Gheddafi ha mantenuto sostanzialmente le divisioni fra le oltre 140 tribù e queste divisioni ancestrali sono fra le cause principali della rivolta contro il Rais.

La Libia non è mai stato un paese unitario e il territorio libico, non meno frammentato delle tribù, è articolato in tre grandi aree: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. La Tripolitania – già area berbera e già Maghreb – e la Cirenaica, appendice dell’Egitto, sono due regioni nettamente distinte fra le quali c’è la regione della Sirte, un’area desertica che separa queste due realtà.

Tripolitania e Cirenaica fanno parte della fascia mediterranea verdeggiante ed abitata, mentre il Fezzan è posto al centro del deserto del Sahara e costituisce la linea di demarcazione fra “Africa bianca” ed “Africa nera”. La prima si estende dallo stretto di Gibilterra al canale di Suez, affacciandosi sul Mediterraneo, mentre l’altra  è a sud del deserto sahariano. La fascia mediterranea è ovviamente quella più fertile ed ospitale, mentre l’area meridionale è aspra ed inospitale.

Le due etnie principali del popolo libico sono gli arabi (circa 4.500.000) ed i Berberi (circa 500.000), gli uni suddivisi in miriadi di confraternite  islamiche, gli altri in clan molto spesso in forte contrasto fra loro.

Una terza etnia è costituita dai Tebu, (circa 200.000), sparsi in un’area ai margini del Sahara che abbraccia Niger, Ciad e Libia e circa un milione di stranieri fra sudanesi, egiziani, nigeriani, maliani, ecc.. I Tebu – i cui usi familiari e sociali sono strettamente regolati dall’Islam – appartengono al gruppo etnico sahariano, ceppo etiope e sono pastori nomadi.

La Cirenaica è abitata prevalentemente da arabi che, giunti nell’area intorno al VII secolo d.C., hanno islamizzato rapidamente il Maghreb. Sono essenzialmente di fede sunnita e sono organizzati in tribù fra cui i Qadhafa, tribù alla quale apparteneva Muammar Gheddafi.

La Tripolitania deriva il nome dal greco Tripolis (cioè tre polis), le tre principali città di origine punica della costa occidentale della Libia Oea (attuale Tripoli), Sabratha e Leptis Magna. In origine, la regione era abitata dai Berberi; nel VII secolo a.C. fu conquistata dai fenici, poi dai cartaginesi e successivamente dai romani che fecero della Tripolitania un’area molto prospera. A partire dal V secolo d.C. l’area fu invasa da vandali e poi dai bizantini che, mescolandosi con la popolazione autoctona mutarono notevolmente la fisionomia etnica accentuandone anche il nomadismo, tant’è che molte tribù berbere si trovano ora sparse in gran parte dell’area sahariana.

L’entità numerica dei libici di Tripolitania che appartiene a questa etnia – diffusa anche in Marocco, Algeria e Tunisia – è difficile da quantificare, ma secondo recenti stime si aggira sul 20% della popolazione.

Il Fezzan è la regione posta nel cuore del deserto del Sahara, confinante a ovest con l’Algeria, a sud col Niger e il Ciad, tutte aree con significative presenze jihadiste. La maggior parte del territorio è un deserto di sabbia, ciottoli e rocce, con oasi abitate da Berberi, Tebu e Tuareg (circa 500.000). Il passato regime ha cercato di incoraggiare la sedentarietà delle popolazioni creando infrastrutture e impianti di irrigazione e traendo le risorse della rendita petrolifera. I risultati sono stati piuttosto deludenti.

Le tribù Tuareg sono di natura nomade e vivono soprattutto nel deserto. Sono anche chiamati ‘gli uomini blu del Sahara’ per il colore del caratteristico turbante che indossano.

Le tribù Tebu vivono soprattutto nella zona meridionale delle montagne Harouj nell’est del Fezzan in prossimità del confine con l’Algeria.

Le tre etnie, dedite alla pastorizia e al nomadismo, sono islamizzate ma non in maniera radicale tant’è che sopravvivono fra esse anche correnti animiste.

Un paese prima povero poi ricco e domani chissà

 

Fino al 1950 la Libia era considerata uno dei paesi più poveri del mondo a causa della scarsa produttività del territorio. Dal 1959, in seguito alla scoperta ed allo sfruttamento di giacimenti di petrolio, nazionalizzati dopo il 1970, il paese è uscito gradualmente dalla povertà tanto che nel 1977 si è imposto con il reddito annuo pro capite più elevato del continente africano. La Libia che  non disponeva né di mezzi, né di tecnologie dovette ricorrere da subito ai Britannici, per cui l’esportazione del petrolio libico ebbe inizio sotto monopolio inglese ed americano. I due paesi ottennero anche la concessione di basi militari: rispettivamente “El Adem” a Tobruk (Gran Bretagna) e “Wheelus Field” a Tripoli (Stati Uniti). Contestualmente le due potenze ebbero un ruolo di notevole influenza anche negli affari più delicati dello Stato. L’avvento del regime di Gheddafi, oltre a nazionalizzare le risorse petrolifere e le altre attività produttive, portò ad investimenti nell’industria leggera e nell’agricoltura, inoltre aprì la Libia alla immigrazione  per sopperire alla scarsità di manodopera indigena.

L’agricoltura nonostante gli investimenti tuttora non è sufficientemente sviluppata, sia per la limitata superficie coltivabile sia per la scarsità di acqua, anche se sono state effettuate operazioni di bonifica dei terreni agricoli e di incremento delle risorse idriche con opere di sbarramento e con l’utilizzo di acque fossili.

Il decaduto regime ha cercato anche di sviluppare il settore dei servizi, la finanza e il  commercio ma con scarso successo.

Pertanto buona parte delle ricchezze della Libia sono tuttora derivanti dai proventi dell’esportazione di petrolio e gas naturale, di cui la Libia è il secondo produttore del continente africano dopo la Nigeria. I destinatari sono soprattutto l’Italia (39%) e a seguire la Germania, la Spagna, la Turchia, la Francia e la Svizzera. Vengono in cambio importati beni industriali e alimentari, principalmente dall’UE, Italia in testa.

Il futuro economico della Libia è gravido di incertezze, non solo nel medio periodo ma anche a breve. Le tensioni in atto si sono riverberate sulle attività estrattive riducendone l’ammontare. A questo si associa la caduta verticale dei prezzi del greggio che fa temere il collasso finanziario del paese che da qualche tempo sta attingendo pesantemente alle proprie riserve monetarie.

La Senussiyya come possibile collante nazionale

 

Il collante che per quasi due secoli ha tenuto insieme anche se non le ha mai unificate queste molteplici realtà etnico-tribali è rappresentato dalla  confraternita della Senussiyya che è il credo religioso diffuso nell’area. La confraternita si rifà fondamentalmente ai principi ed ai valori dell’Islam sunnita (“scuola” malikita – confessione in cui si riconosce la maggioranza dei maghrebini) ma la caratterizza con  una lettura  autonoma di impronta mistica e militante.

Il fondatore della confraternita è  stato Muhammad ibn Ali al-Sanusi (Algeria 1787 – Libia 1860), denominato al Sanusi. Egli, che faceva risalire la sua discendenza da Fatima, figlia di Maometto, studiò in una madrasa di Fez (Marocco) e poi iniziò a viaggiare facendo il predicatore. Nel corso delle sue peregrinazioni approdò all’università religiosa al-Azhar de Il Cairo, ove sviluppò un forte spirito critico verso gli ulema egiziani che giudicava troppo acquiescenti nei riguardi delle autorità ottomane.

Dall’Egitto passò quindi in Arabia Saudita ove allacciò contatti con i wahhabiti, all’epoca anch’essi molto critici nei riguardi dell’Impero Ottomano, attirandosi altri sospetti da quelle autorità. Sentendosi minacciato nel 1843 si stabilì a Derna costituendo la confraternita della Sanussiyya basandola su principi di austerità e di semplicità di vita: principi molto in sintonia con i modi di vita delle tribù beduine del Maghreb.

Di qui la rapida  diffusione del credo favorito anche dalla opera di predicazione e di proselitismo che ha sempre caratterizzato la confraternita.

Nel 1855 al-Sanusi, per sottrarsi ancora alle minacce delle autorità ottomane, si spostò ad al-Jaghbub (attuale Giarabub) a pochi chilometri dal confine egiziano dove morì nel 1860, lasciando ai figli Muhammad Sharif e Muhammad al-Mahdi la successione nella confraternita. Negli anni successivi l’attività di proselitismo si estese sia  nella  maggior parte delle città della Libia sia in regioni al di fuori di essa verso il Ciad, il Niger, l’Egitto ed il Sudan, nonché verso la Tunisia e l’Algeria.

Nel 1911 ambizioni coloniali  spinsero l’Italia alla conquista della Cirenaica e della Tripolitania, ultime province ottomane nel nord Africa non ancora occupate dalle potenze europee. La guerra durò un anno e nel 1912 venne firmato un trattato di pace a Losanna con il quale le parti convenivano l’annessione della  Tripolitania e della Cirenaica all’Italia, che vi avrebbe esercitato l’amministrazione militare e civile, mentre la Turchia ne manteneva quella giuridica e religiosa. La resistenza della popolazione al dominio italiano fu notevole e divenne ancora più pressante quando l’Italia nel 1914 entrò in guerra a fianco della Triplice Intesa  contro l’Impero Ottomano.

Nel 1916 la responsabilità della Senussiyya passò nelle mani di Sidi Muhammad Idris al-Mahdi al-Senusi, (Giarabub, 1890 – Il Cairo 1983) che sobillò le tribù arabe in una sanguinosa guerriglia contro l’occupazione italiana.

Alla fine della prima guerra mondiale, nel 1920, Idris venne riconosciuto dall’Italia come capo della confraternita con il titolo di Emiro della Cirenaica e della Tripolitania. I Britannici fornirono il riconoscimento a loro volta nell’intento di mantenere tranquilli i senussi dell’area occidentale egiziana.

In qualità di emiro, Idris cercò di negoziare l’indipendenza della Cirenaica e della Tripolitania, ma nel 1922, quando l’Italia occupò anche i territori del Fezzan, si ritirò in Egitto da dove organizzò e diresse la guerriglia contro il governo coloniale italiano.

Nel corso del periodo di dominazione italiana (1911-1943) la confraternita senussita ha esercitato il ruolo di “aggregante nazionale” alla stregua di un movimento nazionalista. Per questo motivo Idris el Senusi è stato considerato come il “padre fondatore” della nazione, soprattutto  nella Cirenaica e nel Fezzan.

Idris: da leader settario a monarca

Durante la seconda guerra mondiale, i Senussi adottarono un atteggiamento filo-britannico per impedire che la Cirenaica cadesse nuovamente in mano italiana. Idris nel 1942, dopo la sconfitta dell’esercito italo-tedesco, fece ritorno a Bengasi, dove formò un governo sotto il protettorato britannico e dal 1943 iniziò ad amministrare la Cirenaica e la Tripolitania mentre la Francia, da parte sua, occupava il Fezzan.

Il 24 dicembre 1951 fu proclamato Re della Libia col titolo di Idris I.

La Libia ottenne l’indipendenza il 10 agosto 1952 con l’evacuazione francese del Fezzan e con la riunificazione di tre entità autonome in uno stato federale.

La concessione dell’indipendenza, a uno Stato non in grado di finanziarsi autonomamente, è equivalso a porlo sotto il controllo di USA e Gran Bretagna – infatti, re Idris dovette sbrigativamente acconsentire ad una presenza militare delle due potenze in cambio di aiuti finanziari.

In conformità con la Costituzione, il regno aveva un governo federale con  tre Stati autonomi: Cirenaica, Tripolitania e Fezzan e due città-capitale Tripoli e Bengasi.

La politica di allineamento del nuovo regno con l’Occidente generò la contestazione popolare che si estese progressivamente a macchia d’olio, alimentata da tre principali correnti di pensiero: baathista, nasseriana ed islamista (Fratelli mussulmani). Inoltre, gli introiti della vendita del petrolio oltre a far venir meno la necessità degli aiuti economici alla Libia, rendevano sempre meno gradita la presenza militare anglo-americana sul suolo libico.

Nel 1969 Re Idris fu indotto ad abdicare in favore di Sayyid Hasan che come nuovo re di Libia e capo della confraternita della Senussiyya fu monarca per brevissimo tempo.

Il 5 settembre 1969 fu detronizzato da Gheddafi.

La direzione della confraternita venne trasferita a Londra dove è tuttora.

Qualcosa si muove a livello internazionale?

Ritornando ai nostri giorni e alla grave crisi in corso c’è da registrare che il 16 dicembre scorso, a Dakar, una riunione fra alcuni presidenti africani della regione sahariana del Sahel (del Mali, Chad, Niger e, appunto, Senegal) si è conclusa con la sollecitazione di un intervento occidentale (anche della NATO) per risolvere la situazione in Libia. La crisi era considerata come la causa primaria del diffondersi dell’instabilità sub-regionale. “spetta ai nostri amici occidentali – è stato da loro pubblicamente affermato – trovare una soluzione”.

Il giorno dopo le stragi di Parigi, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha dichiarato la disponibilità italiana ad inviare truppe italiane in Libia, purché “sotto l’egida dell’ONU”, precisando che “l’Italia è pronta a svolgere un ruolo da protagonista, innanzitutto diplomatico e poi anche di mantenimento della pace”. Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha argomentato realisticamente che interventi militari sono “illusori finché la situazione è confusa”; mentre il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha riconosciuto che “un non-intervento è illusorio”, aggiungendo che “non esiste un outsourcing della nostra sicurezza”. Affermazioni diverse e per certi aspetti contradditorie. A conferire una unità di indirizzo e di maggiore coerenza all’azione di Governo, è intervenuto il Premier Matteo Renzi secondo il quale “questo non è il tempo dell’intervento militare. La visione del governo è una sola: attendere che il Consiglio di sicurezza Onu lavori un po’ più convintamente sulla Libia. La comunità internazionale, se vuole, ha tutti gli strumenti per poter intervenire. La forza delle Nazioni Unite è decisamente superiore a quella delle milizie radicali”.

All’eventualità di un intervento militare però l’Europa e le stesse Nazioni Unite riluttano. Non meno interdetta è l’Unione Africana, i cui principali membri anglofoni (Nigeria, Sudafrica, Kenia) non erano presenti a Dakar. Si è trattato infatti di una estemporanea iniziativa di Parigi che ha raccolto i partner francofoni (inattesa peraltro l’assenza dell’Algeria) e che conferma il generale disorientamento nei confronti di uno stato in via di fallimento e per di più gravemente disintegrato dopo che elezioni parlamentari del giugno 2014 avevano lasciato ben sperare.

La repentina caduta del regime di Gheddafi ha infatti dimostrato fino a qual punto la coesione nazionale fosse precaria. Bisogna infatti considerare che l’unità nazionale è stata decretata soltanto un quarto di secolo dopo l’occupazione italiana, ma non ha poi retto alla decolonizzazione né alla rivoluzione di Gheddafi. Significativo è il suo essersi proclamato leader di una astratta jamahiria, piuttosto che presidente di uno Stato, che aveva retto con il vago sistema assembleare enunciato in un ‘Libro Verde’.

La situazione libica ha pertanto caratteristiche proprie che la distinguono da quelle mediorientali. Si è comunque parimenti in presenza di un vuoto di potere, di un vulnus nel quale si infiltrano formazioni jihadiste e terroriste di ogni risma (oltre a provocare insostenibili ondate migratorie).

E’ stato già sottolineato che è la molteplicità delle realtà di stampo tribale, l’eterogeneità di quel tessuto sociale, la frammentazione istituzionale che ne consegue, piuttosto che una sopravvenuta riluttanza di principio ad un ennesimo intervento militare, a rendere problematica l’identificazione del percorso che la comunità internazionale potrebbe intraprendere per contenere e risolvere quella crisi.

La situazione sul terreno

 

La situazione in Libia presenta quindi elementi di complessità derivanti dall’esistenza di una molteplicità di attori locali e sponsor esterni in competizione tra loro  per la gestione del potere e delle risorse energetiche del Paese.

Dopo la caduta del regime di Gheddafi e l’iniziale ottimismo della Comunità internazionale il processo di “Institution Building” in Libia è divenuto sempre più complicato in ragione del progressivo emergere di profonde divisioni sociali, di natura tribale e religiosa, nonché dell’aperta conflittualità tra le milizie.

Queste ultime, approfittando della diffusa disponibilità di armamenti provenienti sia dagli arsenali locali sia da forniture di sponsor internazionali, si sono polarizzate in opposti schieramenti, specie nelle aree di Tripoli e di Bengasi. La coesione tuttavia è continuamente oscillante a seconda dei diversi interessi di parte.

Tale “instabile” polarizzazione si presenta anche sul piano politico dove si assiste all’aggregazione di componenti a marcata connotazione religiosa, riconducibili alla Fratellanza Musulmana, cui fa da contraltare l’alleanza di elementi di natura più laica.

Dopo una iniziale affermazione del primo fronte, culminata con l’approvazione della “Legge sull’isolamento politico” che ha di fatto estromesso dalle Istituzioni molti degli appartenenti alle componenti “laiche” in possesso di maggiore esperienza amministrativa, si è verificata una progressiva perdita di consensi degli “islamisti” sancita dalla sconfitta elettorale nelle elezioni politiche del 25 giugno 2014.

Il risultato elettorale, tuttavia, non ha consentito la stabilizzazione dello scenario interno, innescando, al contrario,  la contrapposizione tra la nuova Camera dei Rappresentanti (CdR) insediatasi a Tobruck, e l’uscente Congresso Nazionale Generale (GNG) eletto nel 2012 con sede a Tripoli. Entrambi gli organismi legislativi hanno rivendicato la propria legittimità ad operare, dando origine a due Esecutivi paralleli. A complicare ulteriormente il quadro è stata la sentenza della Corte Suprema Costituzionale del 6 novembre 2014 che ha stabilito la illegittimità del neo-eletto CdR di Tobruk.

Un paese frammentato

 

La fragilità del panorama politico si riverbera nel paese in una precaria cornice di sicurezza, laddove il mancato inquadramento dei rivoluzionari ex-combattenti in apparati militari rispondenti a direttive istituzionali, ha portato il proliferare di formazioni paramilitari autonome.

Queste milizie, talune artefici della rivoluzione, hanno nel tempo agito e dato luogo ad alleanze continuamente mutanti a seconda degli interessi del momento.

Di conseguenza, la conflittualità interna alle varie componenti libiche si è cronicizzata ed è sfociata anche in scontri aperti che si sono estesi a più aree del paese.

Al momento, i principali schieramenti di miliziani sono formalmente riconducibili, in linea di massima, al CdR di Tobruck e al CNG di Tripoli ma di fatto operano con notevole autonomia per il perseguimento dei propri interessi particolari.

Le due principali aree di conflitto si trovano in Cirenaica e in Tripolitania.

Nella prima, le forze “laiche” del generale Khalifa Haftar appoggiate dal parlamento di Tobruck e  riunite nell’operazione “Karama” si confrontano con la coalizione, ad impronta confessionale dei rivoluzionari di Bengasi. Questi, artefici della rivoluzione anti-Gheddafi, hanno elementi di contatto con Tripoli e sono sospettati di annoverare fra i propri ranghi anche elementi terroristici di “Ansar al-Shari’ha” (AaS).

In Tripolitania, le forze di Zintan, formate principalmente da elementi delle vecchie strutture militari libiche e che hanno come riferimento il parlamento di Tobruck nonchè esponenti politici del blocco moderato, si confrontano con le milizie di Misurata dell’operazione “Fajr Libya” (FL) che riconoscono l’autorità di Tripoli.

FL ha una impronta islamista anche se più dell’aspetto religioso  il vero aggregante è l’avversione verso i “gheddafiani”.

A dicembre 2014 si è aperto un terzo fronte nell’area costiera in prossimità del porto di el-Sider, dove l’offensiva verso est di FL viene contrastata dalle forze del generale Haftar.

Tale situazione ha scatenato inoltre una sorta di “guerra per procura” nel sud del paese  tra alcune componenti armate delle comunità Tebu (sospettati di ricevere supporto da Haftar) e Tuareg (specularmente sospettati di sostegno da parte di FL). La  posta in gioco è il controllo delle aree strategiche del Fezzan, ove sono presenti siti estrattivi e dove transitano traffici illeciti.

Nessuno degli schieramenti in campo appare in grado di prevalere, almeno nel breve periodo, né di rappresentare per intero la volontà del popolo libico. Ugualmente tali fronti si presentano variegati e connotati da profonde fratture che ostacolano l’emergere di personalità di spicco in grado di guidarne l’azione in maniera efficace.

Un ulteriore elemento di preoccupazione è legato alla infiltrazione terroristica rappresentata da esponenti e da cellule presenti fra i combattenti: oltre alla già menzionata ed endogena AaS, sono segnalate organizzazioni esogene quali “al-Qai’da nel Magreb islamico (AQMI), “al-Mourabitoune” (AM) ed “Ansar al-Shari’ha in Tunisia” (AaST), cui si aggiunge la ricerca di spazi di manovra anche da parte di cellule che si richiamano a “Islamic State” (IS).

Dette formazioni terroristiche, approfittano della mancanza di controllo e dell’ampia circolazione di armi per utilizzare il territorio come santuario per il loro radicamento.

Nel predetto e complesso quadro di situazione proseguono, come si è già detto,  i tentativi di riconciliazione promessi dall’Alto rappresentante ONU per la Libia, nonché capo di “United Nations Support Mission in Libia” (UNSMIL), Bernardino Leon, con l’intento di scongiurare le prospettive di guerra civile, divenute sempre più concrete dagli ultimi mesi del 2014.

Leon, dopo le difficoltà insorte a seguito del già citato pronunciamento della Corte Costituzionale che ha provocato un irrigidimento fra le parti, ha dato nuovo impulso alle attività di mediazione, nell’intento di far convergere i contendenti su una “road map” per il cessate il fuoco e per l’avvio di un processo di transizione concordato fra Tripoli e Tobruck.

Il dialogo di Ginevra

Un incontro politico è avvenuto il 14 gennaio 2015, senza però il CNG che tuttavia il successivo 18 gennaio ha manifestato l’intenzione di partecipare a successive future  tornate di colloqui da tenersi però in Libia nella città di Ghat (circa 900 km a sud di Tripoli, a ridosso del confine algerino).

Nel contempo annunci di cessate il fuoco da parte di varie milizie, pur incerti e ambigui, hanno indotto ambienti ONU e la Comunità Internazionale ad un giudizio di cauto ottimismo sui possibili sviluppi futuri del processo di dialogo che è stato avviato.

Di converso il negoziato in corso a Ginevra, pur rappresentando una prima significativa tappa che “sblocca” lo stallo politico-istituzionale sinora registrato, rischia di essere poco proficuo ai fini della soluzione della crisi libica.

Ciò soprattutto a causa della ancora insufficiente inclusività delle rappresentanze degli opposti schieramenti e della intransigenza di taluni, interessati più a regolare i conti sul piano militare e a conseguire obiettivi di potere della propria fazione che altro.

Infine i diversi interessi, spesso in competizione tra loro dei paesi africani, europei e medio-orientali in Libia, sono sempre più suscettibili di indurre gli opposti schieramenti a richiedere sostegni esterni piuttosto che ad impegnarsi concretamente al tavolo negoziale, con ciò vanificando l’efficacia degli sforzi di mediazione.

I margini per un intervento

 

L’invio di forze militari si rivela quindi improponibile sia per scopi di mantenimento di una pace che non si è nemmeno tendenzialmente delineata, sia di interposizione fra schieramenti a macchie di leopardo. Una situazione non dissimile da quella che sostanzialmente precluse un intervento in Siria. Non ci si trova oggi, in Libia, in presenza di una netta contrapposizione fra fazioni chiaramente schierate, territorialmente né politicamente. Così come in Siria, mancano gli spazi, non soltanto negoziali ma soprattutto operativi, per inserirvi una presenza esterna in una funzione auspicabilmente catalitica di una riconciliazione nazionale.

L’auspicato intervento internazionale, quando potrà avvenire, dovrà infatti avere non soltanto lo solo scopo di reprimere le violenze fra bande armate, bensì soprattutto quello di assolvere alla sottostante prioritaria esigenza di edificare di sana pianta una unità nazionale con efficienti strutture istituzionali comuni, di stampo necessariamente federale: un risultato che i passati interventi internazionali si sono proposti di suscitare anche in altri casi di ‘Stati falliti’, dalla Bosnia all’Afghanistan, all’Irak.

L’appello dei leader del limitrofo Sahel costituisce comunque la conferma della responsabilità che compete all’Occidente di fornire quanto meno l’indispensabile elemento coagulante di una più ampia convergenza esterna.

All’Italia, se non altro per motivi di contiguità geografica, si presenta l’occasione, se non la responsabilità primaria, di fungere da punto di riferimento per il coinvolgimento dell’insieme della collettività internazionale.

In primis di tutti i paesi circostanti: dall’Egitto alla Tunisia, all’Algeria (prioritariamente cointeressati ma per ora prudentemente ai margini), oltre al Sudan, Ciad, Niger e Mali. Coinvolgendo anche la Lega Araba, in altre faccende mediorientali affaccendata, e la stessa Unione Africana, che dovrebbe rispondere all’appello ‘francofono’ di Dakar, traendone lo spunto per alimentare una più coerente impostazione strategica pan-continentale, ma che pare esitare ad ingerirsi in una questione che trova la sua origine nel settentrione arabo sebbene dal settentrione si propaghi pericolosamente nelle distese desertiche del Sahel.

Un sistema a cerchi concentrici

Una tale serie di cerchi concentrici dovrebbe poter generare l’indispensabile massa critica necessaria ad innescare il coinvolgimento dell’ONU; in particolar modo della Russia e della Cina, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, estraendoli dall’astensione nel quale si erano confinati al momento dell’approvazione della Risoluzione del 2011 sulla Libia.

Soltanto un corale coinvolgimento della comunità internazionale potrà infatti accudire la ricomposizione della crisi libica, aprendo la strada ad una ‘forza di pace’ di tipo classico, di interposizione, con funzioni di garanzia esterna, di mantenimento piuttosto che di imposizione della pace. Una presenza militare della comunità internazionale appare altrimenti fuori questione per l’assenza, come si è detto, dello spazio necessario per inserirvela.

Un’opera che implica una sequenza di atti internazionali, con prospettive di più lunga scadenza. A breve, bisogna comunque circoscrivere e ridurre la possibilità che la Libia rimanga un santuario per formazioni terroristiche. Con interventi che conducano ad una graduale ricostruzione di strutture statuali di stampo federale.

Nell’attuale situazione di stallo, fluida e poco leggibile, andranno accuratamente valutate le condizioni, i tempi e le modalità di ogni eventuale intervento esterno, diplomatico o militare. Che non potrà consistere in una, per ora, improponibile mediazione fra le due ‘formazioni’ che si dividono il controllo territoriale, né tanto meno prendendo le parti dell’uno o dell’altro ‘governo’, condizionati ambedue dalla miriade di gruppi armati di diversa estrazione (concentratisi, da ovest a est, a Zintan, a Misurata, a Derna). Sollecitandoli pertanto semmai ad una maggior aggregazione delle rispettive molteplici fazioni, che possa condurre ad una migliore definizione delle rispettive pretese.

Il fatto che il governo ‘legittimista’ a Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, sia sostenuto dall’Egitto e dagli Emirati Arabi, mentre quello ‘rivoluzionario’ di Tripoli goda dell’appoggio del Qatar, del Sudan e della Turchia, potrebbe paradossalmente consentire la necessaria molteplicità di utili pressioni esterne, diversificate ma convergenti. Operando attraverso le varie fazioni, se non altro per ridurne la dispersione. Bisognerà prioritariamente tentare di mettere in sicurezza e controllare le vie di accesso (i porti e aeroporti, i flussi finanziari, i terminali petroliferi) per ridurre le fessure nelle quali chiunque, anche straniero, possa pensare di inserirsi nel perseguire il proprio tornaconto, giocare la propria partita. Andrà inoltre ripresa la produzione petrolifera, incanalandone opportunamente i relativi proventi; pur rimanendo ai margini del conflitto in corso, l’OPEC riconosce per il momento soltanto il governo di Tobruk.

Il ruolo dell’ONU

Alle Nazioni Unite spetta necessariamente il primo passo, destinato a legittimare ogni ulteriore iniziativa di ordine politico o militare. Non ad una preventiva riconciliazione nazionale, né ad istituire uno stabile  ‘governo di emergenza’ si può per il momento puntare, bensì semmai ad innescare un processo negoziale virtuoso che ne consenta l’avvio.

La riunione di Ginevra orchestrata da Bernardino Leone con il supporto dell’Italia e del Regno Unito si trova tuttora ostacolata dall’ostentata intransigenza di Tripoli (insicura della compattezza delle sue componenti?).

Leon però non deve gettare la spugna: l’esercizio negoziale, per quanto faticoso, dovrebbe servire a tracciare il perimetro nel quale ricondurre le varie parti, conferendo loro una parvenza di pari rappresentatività, e pertanto di uguale legittimità.

Precisando l’autorità rispettiva dei due parlamenti, riducendo gli spazi di manovra nelle regioni intermedie della Sirte e del Fezzan, verso l’istituzione di un qualche ‘governo di unità nazionale’ (che alcuni vorrebbero posizionare eccentricamente, nell’oasi di Ghadames nel sud ovest del paese!)

Vi è chi suggerisce che l’Occidente riproponga la sua imparzialità, facendo un passo indietro col ritiro del suo riconoscimento a Tobruk, nell’intento di stimolare la riconciliazione nazionale. Operazione dagli esiti incerti in regioni dove l’arte del compromesso non è molto praticata. Prima o poi, l’ONU dovrà comunque emanare una nuova risoluzione, dal mandato più precisamente orientativo, meno ambiguo (e contestabile) di quella del 2011, che l’ONU e l’UE dovranno ancora una volta raccogliere (e poi sostenere contro le obiezioni russe). L’invio di ‘forze di pace’ dell’ONU richiede il consenso del paese ospite, necessariamente unitario o quanto meno concorde. Il loro scopo sarà in ogni caso essenzialmente esortativo, eventualmente in funzione di garanzia, non sostitutivo delle responsabilità locali.

Coinvolgere la società civile libica?

In una nazione ricca di risorse petrolifere, sparsamente popolata, non di guerra civile si può in definitiva parlare, bensì di un conflitto fra bande fuori controllo che lascia la popolazione nel complesso sostanzialmente passiva. Abituata com’è da decenni a dipendere dalle elargizioni governative, assuefatta da secoli a sopravvivere in una gestione paternalistica della cosa pubblica, quella società è poco incline a lasciarsi coinvolgere nelle violenze delle quali non è per la maggior parte partecipe.

Quegli uomini d’affari e quel che resta della locale società civile premono per prospettive di pacificazione che consentano l’avvio di progetti di sviluppo infrastrutturale e sociale. Accuditi dalla comunità internazionale ma autofinanziati, essi potrebbero quindi rivelarsi di per sé un utile incentivo a formule di riconciliazione. Spezzando quelle solidarietà tribali che fanno ancora premio sull’interesse nazionale, da ridefinire pertanto più convincentemente.

L’esercizio di una diplomazia più energica richiede comunque il più esteso concorso politico possibile. E’ in particolare necessario che la Russia, nella sua funzione di membro permanente del Consiglio di Sicurezza, si decida a non rimanere criticamente alla finestra, apprezzando finalmente se non altro la sottostante funzione anche antiterroristica dell’intera operazione.

Un ruolo per l’Italia

 

L’Italia, come già sottolineato, è soggetta ad una notevole pressione politica e mediatica dalla situazione libica, per la sua posizione di antemurale dell’occidente e per un senso di solitudine di fronte alla disattenzione internazionale verso un paese mediterraneo che sta scivolando verso il  caos.

Tutto questo rende necessaria una maggiore assertività dell’Italia in tutti i “fora” multilaterali internazionali: l’ONU in primis, ma anche la NATO e la EU.

A livello ONU deve continuare, e semmai crescere, il sostegno dell’Italia  allo sforzo di Leon  per l’avvio di un dialogo fra le parti in lotta in Libia. Come corrispettivo deve essere pretesa l’inclusività a tutti gli attori: dai rappresentanti delle fazioni in lotta -nessuno escluso- ai rappresentanti delle istituzioni, dalle municipalità fino agli esponenti più significativi e più influenti della società civile libica.

In questo esercizio di dialogo e di pacificazione dovranno essere coinvolti anche la dirigenza della Senussiyya e i suoi esponenti più accreditati presso la società libica.

Sempre in ambito ONU l’Italia deve agire per una risoluzione urgente volta ad anemizzare il sostegno alle fazioni in lotta mediante embarghi mirati a escludere ogni possibile supporto esterno. Questa deve prevedere fra l’altro la sorveglianza sulle esportazioni di idrocarburi, il controllo delle riserve finanziare giacenti all’estero nonché  i relativi flussi finanziari.

La lotta al terrorismo internazionale dovrebbe fungere da catalizzatore per raggiungere il consenso in ambito del Consiglio di sicurezza e dovrebbe consentire di riannodare quei rapporti che sono stati compromessi con l’attuazione della risoluzione 1973.

A livello NATO appare necessario invocare quanto prima da parte dell’Italia l’articolo IV. Questo impone agli alleati la discussione sulle conseguenze per la sicurezza che il disordine libico può comportare, non solo per il nostro paese, ma per il fianco sud dell’Alleanza.

Infine a livello europeo l’Italia deve agire per superare la visione minimalista che ha ispirato “Triton”. Occorre infatti un disegno politico di più ampia portata che porti ad una autentica condivisione europea di oneri e responsabilità nella gestione dei flussi migratori, che con tutta evidenza sono un fenomeno non certo contingente e di breve durata.

Analoga assertività deve essere esercitata dall’Italia nei rapporti bilaterali con tutti gli attori e sponsor esterni alla Libia, che possono avere una qualche influenza sulle fazioni in lotta.

Con tutte le cautele del caso è necessario infine non interrompere il lavoro politico e diplomatico sin qui svolto sul terreno libico dall’Italia. La storia comune, il fatto di essere stata l’ultima rappresentanza diplomatica a chiudere e gli interessi italiani tuttora presidiati in quel paese testimoniano una rete di contatti e di collegamenti che devono essere mantenuti e coltivati con tutti i mezzi disponibili: dall’intelligence fino alla “suasion” economica, per riannodare il tessuto sociale di quel paese.

La maggiore assertività dell’Italia, per essere efficace, deve però essere accompagnata da una assoluta linearità nella politica estera che eviti le stonature e le dissonanze che recentemente si sono evidenziate. Una siffatta politica deve poi essere sostenuta da un largo supporto bi-partisan delle forze politiche presenti in parlamento.

L’opinione pubblica italiana è indubbiamente colpita  dalla gravità della situazione in Libia per cui esiste il rischio che vengano assunte delle decisioni che poi si possono rivelare affrettate. Questo è un rischio molto serio che va evitato. Purtroppo il clima attuale nel nostro paese ricorda molto quello di marzo 2011 nell’imminenza dell’intervento internazionale. Una maggiore ponderatezza, allora, avrebbe certamente giovato così come  giova ora, nonostante l’orrore per le atrocità che ci vengono presentate sui nostri media e nonostante le preoccupazioni per un radicamento del terrorismo confessionale sull’altra sponda del Mediterraneo.

L’obiettivo di medio periodo per l’Italia infine dovrà essere una risoluzione ONU che consenta, quando le condizioni lo renderanno possibile, l’ingresso in Libia di una forza internazionale di sostegno alle ricostituite istituzioni libiche. Tale forza in nessun caso dovrà avere una caratterizzazione occidentale e tantomeno italiana. Il sostegno occidentale e quello italiano ovviamente saranno necessari ma dovranno essere forniti rispettando la connotazione fondamentalmente araba  e africana che questa forza dovrà avere.

Agendo altrimenti si susciterebbero antichi sentimenti anticolonialisti, mai sopiti, con  l’effetto sicuro di compattare le fazioni in lotta, non verso obiettivi di ricostruzione nazionale, ma contro l’occidente e l’Italia in particolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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