Una corsa da non perdere: una legge per lo sviluppo e regolamentazione delle Private Military and Security Companies in Italia

Roma, 26 marzo 2017

L’interessante tavolo di lavoro organizzato dalla fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis) conclusosi giorno 21 marzo per chiedere una legge per le Private Military Security Companies (PMSC) italiane e, consentire alle nostre imprese private di sicurezza di operare all’estero, contribuire così alla tutela del nostro interesse nazionale, estendendo la nostra presenza in un settore in forte espansione. Un mercato sotto regime di oligopolio anglo-americano per via della loro tradizione storica con lo strumento del Private Military and Security contractor.

Quella del security contractor è ancora un’anomalia italiana caratterizzata da vecchie barriere giuridiche che non trovano un riscontro, e ignoranza culturale e linguistica che hanno associano l’operatore di sicurezza al mercenario ( definito già dal documento di Montreux qui a pag. 40 ). Barriere legislative, demagogiche e ideologiche, che distinguono lo stato di equilibrio degli ultimi 70 anni in Italia limitando quelli che “fanno sicurezza” visti così con diffidenza da parte delle istituzioni. Nella realtà sono liberi professionisti della sicurezza, non ancora regolamentati e inquadrati, che lavorano alle volte per aziende straniera in aree di conflitto armato.

Un’anomalia riassunta da U.Saccone della società di consulenza GRADE “ Obbligo di protezione da parte delle aziende – dice Saccone – dobbiamo proteggerci altrimenti il legislatore ci chiama in causa per delle responsabilità, ma poi ci dà degli strumenti che creano danni maggiori all’azienda e allo stato, quindi facciamo pace con noi stessi e decidiamo esattamente quello che vogliamo – concludendo dice – nel mercato ci sono solo contractors appartenenti a nazioni amiche e poco amiche e di amici ce ne sono pochi“.

Senza consapevolezza l’Italia ha già il security contractor, il suo equipollente è la Guardia Particolare Giurata che allo stato attuale si trova con limitati poteri di esecuzione alla protezione di beni mobili e immobili anche se più spesso iniziamo a vederli coinvolti in attività con la polizia locale. Il tavolo di lavoro riunitosi presso la Sala della Lupa chiede la possibilità di ampliare permettendo di operare all’estero modificando le disposizioni di legge ferme al 1931; che riserva la protezione ai soli organi di polizia e nella pratica troviamo la 2° Brigata Mobile con i close protection teams a protezione delle personalità governative. 

La modifica del TULPS (Testo Unico delle leggi di Pubblica sicurezza) sarà il primo passo da compiere, e rimuovere quelle leggi che limitano la professione costringendo le aziende agli escamotage per esercitare e che esclude le nostre aziende dal mercato estero. Norme anacronistiche soprattutto dopo le condanne della Corte di Giustizia Europea che ha inflitto sanzioni all’Italia in quanto viola la “libertà di stabilimento e la libera prestazione di servizi” sancite dal TFUE della libertà economiche. 

Un GAP oggettivo che ci separa dagli altri paesi che già da tempo usano lo strumento delle PMSC. Un mercato che varrà 170 miliardi di dollari nel 2017 e per il quale l’Italia non beneficia; anzi i nostri soldi pubblici lasciano il nostro paese per prendere la rotta della Gran Bretagna perchè si affida la sicurezza dell’ambasciata alla società britannica AEGIS, oppure di fornire il cordone di sicurezza durante il rimpatrio dei militari italiani da Nassiria nel 2006,o anche, la protezione dei PRT (Provincial Reconstruction Team) del CIMIC in Iraq per cui l’Italia pagava 3 milioni euro all’anno sempre ad AEGIS per proteggere il proprio lavoro.

La protezione delle persone all’estero “Non può essere più prerogativa dello stato – dice il generale dei Carabinieri L.Leso – non solo per il numero degli obiettivi da proteggere ma anche dei continui tagli ai bilanci “. Un percorso di legge quindi che regolamenti la sicurezza privata a operare all’estero negli ambiti finora monopolizzati dallo stato che non può essere presente ovunque; dalle 471 imprese che operano all’estero fatturando numeri importanti e facenti parti del comparto strategico nazionale, ai siti istituzionali e lavoro di cooperazione civile-militare (CIMIC), alle NGO (Non-Governmentale Organization) che hanno un ruolo di rilievo all’estero, al suolo nazionale con i suoi obiettivi strategici come HUB logistici, le infrastrutture informatiche etc.

Un cambiamento dovuto per tenerci al passo coi tempi e mantenere l’Italia in linea con i paesi alleati e concorrenti allo stesso tempo a tutela dell’ultima azienda italiana impiantata in Libia come l’ENI. Infatti, prima della caduta di Gheddafi si contavano circa 200 aziende di cui rimane oggi solo l’Ente Nazionale Idrocarburi, mentre tutto il resto facente parte della rete di scambio commerciale sono saltate; reti di contatti e relazione erose e difficile da riprendere. Infatti, la Libia dipende quasi totalmente dalle importazioni e vede l’Italia come principale partner economico.

Se vero che per l’italico pensiero la PMSC genera confusione in teatro operativo, la NATO le riconosce come parti essenziali nelle attività di contro-insorgenza quando questo siano sì o no integrate allo strumento militare nel contesto operativo. Ma non parliamo proprio di PMC che svolge compiti non proprio difensivi, ma di servizi sussidiari di sicurezza per la tutela e protezione i beni mobili e immobili all’estero quindi di una PSC: un mezzo complementare e integrativo alla sicurezza offerta dagli apparati statali.

La necessità delle compagnie private di sicurezza italiane all’estero viene sottintesa dal generale S. Panato che spiega le vulnerabilità collegate a “Rischi sull’assunzione di personale straniero nelle aziende italiane e, l’attenzione da porre sul personale naturalizzato italiano e le sue aderenze al paese straniero: sono delle vulnerabilità straordinarie da tenere in mente”. I problemi legati alla riservatezza e spionaggio non sono una fantasia ma un ipotesi da valutare se parliamo di aziende strategiche.

Si può intuire che il settore della sicurezza ha forti legami su ciò che la tutela delle aree strategiche e della protezione del bene comune e della collettività. In questo settore la coniugazione dell’interesse privato straniero e del proprio interesse nazionale del paese di origine è dunque inscindibile, e se a proteggere il lavoro delle nostre aziende sono i contractors stranieri di cui non abbiamo un effettivo controllo dei flussi informativi; allora parliamo di una vulnerabilità da considerare.

Durante l’incontro sono stati illustrati anche i riferimenti giuridici per una regolamentazione e Piacentini ha proposto una severa selezione delle aziende attribuendo addirittura il Nos, nulla osta segretezza, “per evitare sorprese” ed evitare che gli affari italiani all’estero non vadano in fumo consegnando ad altri il nostro lavoro; a causa delle vulnerabilità fisiche e tecnologiche. E in mancanza di apposite leggi “l’interesse nazionale deve essere il faro” per chi ambisce a lavorare nella sicurezza. In sostanza dobbiamo essere più autonomi senza necessità di esternalizzare i servizi.

Questi sono elementi che se analizzati singolarmente offriranno molti spunti per il mercato italiano per innovarsi e creare pacchetti su misura per essere presenti all’estero. Un mercato interno di sistemi studiati per il settore civile della protezione e sicurezza quale: apparati tecnologici, videosorveglianza aerea e terreste, armamenti su misura per i compiti di sicurezza, sviluppo del segmento di mercato veicolare di categoria per i compiti di sicurezza, investimenti finanziari dedicati e ricaduta sociale con la creazione di nuovi posti di lavoro in un settore in espansione in virtù delle esperienza maturante in 30 anni di missioni all’estero del nostro paese e degli scenari futuri. Indirizziamo dunque il nostro paese a “diventare più produttori di sicurezza” dice il Senatore N. La torre .

Nuovi posti di lavoro ne scaturirebbero da una regolamentazione e immissione sul mercato estero delle nostre aziende, sopratutto dopo l’approvazione Libro Bianco della difesa del 2017 che vede il riordino delle carriere, l’abolizione dei contratti a tempo indeterminato e dell’abbassamento dell’età media; ed è inevitabile un percorso di ampliamento dei servizi di sicurezza privata per accompagnare l’ex militare a quei “a lavori diversi” – come illustra il Ministro R. Pinotti.

In media un militare possiede 7 anni di servizio e 1 anno di esperienza all’estero fra Afghanistan, Iraq, e Balcani e un bagaglio di competenze di safety and security da sfruttare nello scenario della sicurezza all’estero a tutela delle nostre politiche e aziende. Il primo esperimento è stato fatto con le GPG a bordo delle navi mercantili per cui veniva richiesta l’esperienza in missioni estere di almeno 6 mesi e solo personale volontario ad esclusione della Leva. Una selezione discutibile e allo stesso tempo comprensibile che ha creato malumori fra le GPG che non avevano queste caratteristiche.

Tutto questo obbliga il nostro paese a ripensare il concetto di “sicurezza” allargando ai civili. Le indicazioni e la strada tracciata dal Libro Bianco denota come il futuro della sicurezza privata debba necessariamente essere riformato, riducendo il rischio di un bacino di disoccupazione e dispersione degli investimenti in denaro e conoscenza per formare militari professionisti; la creazione di “incentivi d’assunzione “ per gli ex-militari professionisti è una cosa scontata.

L’offerta di sicurezza privata favorirebbe cosi delle nostre imprese all’estero e ridurrebbe il rischio di problemi i in scenari instabili e mutevoli, per cui lo stato non è in grado sempre di provvedere . Riduzione dei rischi di spionaggio industriale o di rapimento a fine di estorsione che espone in modo negativo l’Italia, ricordandoci che sono circa 70 i connazionali che sono stati rapiti dal 2004 a oggi.

Rischi, opportunità, flessibilità operativa

Dalla scorta convoglio, alla protezione del personale governativo e non-governativo, servizi d’intelligence e interpretazione linguistica, servizi di logistica fino alla sicurezza di siti strategici e d’impatto per l’immagine dell’Italia come la diga di Mosul in Iraq; implica un ripensamento da parte delle istituzioni e dare al settore civile la possibilità di sfruttare ciò che lo Stato ha contribuito a formare durante questi anni di riorganizzazione militare: futuri professionisti della sicurezza.

Se lo stato vuole ridurre i costi fissi e variabili legati al personale militare professionista, le opportunità offerte dalle PSC e anche dalle PMC deve essere colta al balzo e in tempi rapidi in sinergia con l’attuazione del riordino delle carriere nelle forze armate.

Ne emergono però delle criticità e distorsioni paradossali che caratterizzano il nostro paese. Dove le nostre Forza armate forniscono oggi a Mosul un servizio standardizzato, di alta qualità, e con equipaggiamenti di alto contenuto tecnologico e personale qualificato, sarebbe da valutare l’impatto sul servizio se l’impresa privata venisse ingaggiata da commessa pubblica a ribasso.

Le frodi e violazioni sono alcune delle principali criticità del settore. Anche i sub-appalti per provvedere alla manovalanza per compiti di static-security e controllo accessi, le dubbie partnership locali (che espongono a rischi) per risolvere problemi logistici o di risorse al fine di ampliare il margine di profitto eroso da una eventuale gara ribassista.

Quello delle gare al ribasso sull’affidamento dei servizi e senza valutare gli asset reali dell’azienda è un rischio da tenere in mente se parliamo di grandi appalti come la protezione della diga di Mosul. Il problema non cambierebbe se il committente fosse un privato che acquisterebbe un servizio a scatola chiusa in cui vi siano difficoltà oggettive di controllo di qualità e in mancanza di standard definiti che prescindono quelli in uso dagli istituti di vigilanza nelle attività sul suolo nazionale.

Quindi il mercato si dovrà adeguare a degli standard universali e riconosciuti soprattutto dalle istituzioni governative come il Ministero degli Interni o della Difesa in concerto con le linee guida internazionali per aumentare la credibilità del servizio.

L’allineamento riguarda anche gli enti formativi degli aspiranti security contractor che già istruiscono personale italiano ma in territorio estero visto i tabù che caratterizzano questo genere di formazione. La formazione specifica è un mercato molto florido ma anche esso privo di regole e standards qualitativi al contrario di come avviene nel Regno Unito.

Il settore formativo e di aggiornamento professionale dovrebbe allinearsi e favorire la circolazione dei nostri connazionali verso altre aziende estere: molti studenti infatti si formano proprio in UK al fine di essere assunte dai colossi o da altre aziende straniere che riconoscono lo standard britannico. Un certificazione solo nazionale sarebbe solo limitante per la nostra competizione.

Se così non fosse allora è giusto che le Forze armate continuino a proteggere le nostre aziende e creando una società statale o ampliando il portfolio di Difesa S.P.A. anche se ciò significherebbe avere discusso del nulla fino ad ora. Suona come una provocazione nella previsione che le cose vengano fatte a metà.

Il controllo di qualità, aumenterebbe la credibilità e la competitività delle aziende di sicurezza italiane sul mercato dei clienti esteri, e nel pieno rispetto dei nostri interessi creando similmente la PMSC di stampo puro americano; quindi anche integrata allo strumento militare nelle circostanze opportune. I controlli violano le regole del libero mercato nella sua purezza liberista ma per un bene superiore che è la salvaguardia e tutela dei nostri interessi esteri, della qualità del servizio e quindi nella capacità di competere all’estero.

Presenti all’estero in via ufficiosa con i security contractors. Il mio esempio si è focalizzato sulla criticità di costo e qualità e non si sofferma sull’aspetto politico della questione della nostra presenza militare a Mosul: infatti potrebbe essere ingombrante ed espone a rischio il nostro paese nel caso la situazione degenerasse. Il peso politico di un soldato morto lo si paga a caro prezzo per l’amministrazione in carica. Un contractor non ha un valore politico, non ha uniforme di rappresentanza statale e ha un impatto mediatico più basso. Il security contractor impiegato all’estero giova a tutti nel triangolo Stato/Governo, Aziende, Lavoro.

Dalla Libia all’Iraq, al transito delle petroliere e navi mercantili italiane per non dimenticare lo scenario africano del “Sahel dove l’Italia avrebbe le sue carte da giocare” dice Ugo Trojano – ex responsabile dei PRT in Iraq -sono alcuni esempi di un mercato estero da esplorare e consolidare entrando in competizione con i colossi come Stati Uniti che detiene il 35%.

Le tendenza futura, secondo quando emerge dalle discussioni del convegno ICSA, vedrà anche la Cina e India nel settore della sicurezza privata. In assenza delle PSC Italiane le nostre aziende dovranno allora scegliere sempre fra i fornitori esteri perché il lavoro continui in sicurezza e senza interruzione mantenendo così i flussi finanziari ed economici verso il nostro paese.

La regolamentazione delle PMSC darebbe vita a ciò che auspicava il capo della polizia Antonio Manganelli, ovvero la sicurezza partecipata fra pubblico e privato che mettono insieme pensieri diversi e contribuire alla sicurezza della collettività e quindi la sicurezza nazionale.

Le possibili minacce interne ed esterne al nostro paese, l’aumento del nostro impegno militare all’estero, dovrebbe essere da impulso per l’assegnazione di compiti via via sempre crescenti e impegnativi e quindi comporterà anche delegare a terzi. Com’è possibile notare dall’esempio israeliano, dopo i continui tagli alla difesa nazionale che si orientata a sistemi sempre più tecnologici. Israele è l’esempio di sicurezza partecipata favorito da un sentimento condiviso e spirito di appartenenza comunitaria che purtroppo in Italia manca.

Come possiamo notare gli eventi etichettati come matrice “terroristica” sono sempre più prossimi e percepiti grazie alla diffusione capillare delle notizie. In Israele le scuole con più di 100 studenti hanno l’obbligo di assumere guardie armate per la protezione degli studenti; un indirizzo che in assenza di precedenti in Italia tarderà di certo ad arrivare nonostante abbiamo complessi scolastici e universitari che superano ampiamente le 100 unità.

Non serve avere un conflitto in casa e assedio continuo per far sì che si sviluppi il concetto di partecipazione alla sicurezza, ma collaborare affinché la nostra quotidianità non venga alterata e che le persone siano tutelate anche all’estero. I private security contractor, i security consultant, i training advisors, gli analisti di intelligence, i militari privati (ancora troppo presto per parlare di loro ), i cittadini privati rientrano nel complesso sistema di sicurezza per la nostra crescita e mantenimento delle condizioni economiche ottimali per le generazioni future. Il security contractor è un civile esperto di sicurezza e la rivoluzione culturale deve accettalo, specialmente da parte degli organismi militari e politici, e integrarlo all’interno del complesso.

Se il rischio di avere spionaggio industriale è un elemento da valutare quando ingaggiamo ditte straniera, allora abbiamo una trasposizione positiva se è un’azienda italiana ad essere ingaggiata dallo straniero in paesi dove l’Italia ha degli interessi. Quindi il Governo dovrà pensare a qualcosa che non sia limitativo non solo dalle norme giuridiche ma anche pratiche e flessibilità operativa che caratterizza la concorrenza, un salto culturale importante, che dia una buona libertà di movimento per concedere di essere competitivi verso gli attori stranieri come Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele, Russia.

Sperando che non sia un evento drammatico, a portare il nostro paese nella giusta direzione e accelerare il percorso di smaltimento delle vecchie leggi, prima che la discussione vada su un terreno istituzionale mettendo da canto le riflessioni. Dopo il convegno ICSA sicuramente è stata abbattuta la prima barriera culturale aspettiamo adesso quelle giuridiche, politiche e ideologiche.

 – Alessio Tricani

https://www.linkedin.com/pulse/una-corsa-da-non-perdere-legge-per-lo-sviluppo-e-delle-tricani

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